Euro flagello dell’Europa


I leader dell’Unione si incontrano per la prima volta nella storia del Consiglio Europeo per discutere un piano che stabilizzi la moneta unica.

I grandi del vecchio continente si sono incontrati a Bruxelles al fine di trovare nuove riforme e stratagemmi per assicurare all’euro una maggiore stabilità.

Tra questi nuovi espedienti pensati durante il summit, figurano gli eurobonus, che vedremo più tardi, e l’ampliamento sia del fondo istituito per la ripresa economica greca, sia del capitale della BCE.

Ma le nuove iniziative, si sa, non trovano mai il consenso di tutti, così mentre da una parte alcuni paesi intendono avviare le riforme, dall’altra i padroni d’Europa di sempre, vale a dire Francia e Germania, vi si oppongono veemente, soprattutto alla faccenda degli eurobonus, nient’altro che un aiuto aggiuntivo nel pagare i debiti statali per i paesi con un ‘portafogli’ meno gonfio.

Purtroppo se le cose continuano a procedere come stanno facendo fin’ora questo sarà l’ennesimo sommet sull’euro che non porterà a niente di fatto, che risponderà in maniera sempre troppo timida rispetto alle esigenze europee quando invece va trovata una soluzione permanente e duratura.

Intanto tutti questi dibattiti sulla pessima situazione finanziaria che oprime l’eurozona non fanno altro che produrre un impatto negativo sulle borse che in questi giorni sono state colpite duramente.

Il Presidente della Commissione Barroso ha chiesto di occuparsi prima delle cose che possono essere risolte e di ripredere in mano la questione eurobonus, appoggiata soprattutto dall’ala più gauchiste e liberale del Consiglio Europeo, in un prossimo futuro.

Per il momento delle strategie sono state pensate, anche se più che salvarlo il dannato euro bisognerebbe non averlo neanche mai pensato.

Ma oramai è troppo tardi, per tutti noi europei. Stregati dal sogno di una moneta che oltrepassa le frontiere statali, non ci siamo resi conto di che grande imbroglio e perdita di denaro fosse in realtà per ognuno di noi.

Per capire queste parole, che possono sembrare folli ai più, bisogna prima capire la enorme, preoccupante, spaventosa differenza tra i 16 paesi della zona euro e i paesi con moneta propria, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone tanto per citarne alcuni.

Uno stato che produce la propria moneta quando ha bisogno di soldi non deve far altro che recarsi alla banca centrale di stato e chiederli; la banca quindi si inventa, crea dal nulla il denaro e obbediente lo trasferisce al fondo statale.

Questa procedura, che può apparire tanto semplice da considerarla appena inventata dal sottoscritto, permette così allo stato che controlla e produce il proprio conio di non indebitarsi mai, anzi, il debito pubblico non è altro che la ricchezza prodotta dai cittadini.

I poveri paesi europei invece, dopo l’entrata in vigore della moneta unica nel 2002, nel momento del bisogno (economico) non possono più richiedere alla banca centrale del denaro, in quanto ogni paese dell’eurozona usa, ma non crea la propria moneta; per avere la tanto agognata ‘grana’ devono dunque tassare i cittadini o chiedere in prestito il denaro a banche private, alle quali il debito dovrà chiaramente essere pagato con alti tassi di interesse.

La maggior parte dei 16 non può assolvere questi debiti e questo è il motivo delle numerose crisi che si sono generate negli ultimi mesi, in primis quella greca, che ha messo in subbuglio l’intera Unione.

Dal momento che siamo considerati a rischio di insolvenza dai grandi mercati di capitali, essi ci bocciano senza pensarci due volte; privata del suo ruolo politico preminente e centralissimo in world politics l’Europa sembra scivolare miseramente anche dal podio economico.

Per questo Barroso è così preoccupato, perché tutti questi tentativi di salvare la moneta ci svalutano economicamente agli occhi del mondo ‘che conta’ e che in Europa dovrebbe investire e ciò potrebbe diventare un problema.

Ma poi che dico, il problema c’era già, ce lo siamo voluto e ora dobbiamo tenercelo.

L’Europa ha voluto la sua bicicletta? Ora pedali.

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