Narco-tizzati


In Messico nel 2010 più di 15.000 persone sono state uccise, coinvolte in regolamenti di conti legati al narcotraffico e al crimine organizzato.

Il governo di Felipe Calderon ha svolto un conteggio rivelando un numero tragicamente cospicuo di persone uccise dal narco, nel solo anno duemiladieci: quindicimiladuecentosettantatre. Il doppio rispetto al 2009, il triplo se si comparano con il 2008.

Questa la triste realtà che il grande paese ispano-americano si trova a fronteggiare quotidianamente: una realtà fatta di sangue, fatta di morte, fatta di cartelli criminali senza scrupoli per i quali uccidere è solo un altro modo di perseguire i propri fini ‘imprenditoriali’ e niente più.

La politica che vige in Messico è la seguente: se una famiglia ha bisogno del controllo di un bar, ad esempio, per spacciarvi la propria droga, semplicemente ordina al proprietario di cambiare la politica del locale e, se il poveretto si rifiuta di vedere la sua sala tequila trasformata in un rendez-vous alla Pablo Escobar si ritrova ad un angolo della strada, magari con arti mozzati o brutalmente decapitato.

Come è successo lo scorso sabato 8 Gennaio, ribattezzato ‘el sabado de sangre’ quando nel pieno centro di Acapulco, sotto gli occhi di tutti, sono stai abbandonati 27 cadaveri, dei quali 19 con la testa mozzata. Un’autentica strage, perpetrata barbaramente per di più, solo per insegnare alla gente che per chi si mette contro i signori della droga, la fine è inevitabilmente quella. Un monito che la gente per lo più prende alla lettera, spesso preferendo l’omertà pur di salvarsi la pelle.

Per questo tali fenomeni sono tanto all’ordine del giorno quanto dannatamente difficili da srdadicare, in una società dominata dalla paura, dall’angoscia, dal non-so-se-arriverò-a-domani.

Nonostante ciò, il presidente Calderon, parlando del suo mandato avuto inizio nel 2006, si dice soddisfatto dei risultati ottenuti, avendo arrestato 19 dei 37 maggiori capi del narco messicano, e sequestrato ingenti quantità di armi e droga.

Il portavoce del Ministero degli Interni Alejandro Poiré spiega come la mattanza di sabato scorso non faccia altro che evidenziare la disperazione da parte dei cartelli creata, secondo lui, dalle pressioni e dagli attacchi che le forze dell’ordine stanno sferrando al narco.

In effetti dei passi avanti questo governo gli ha pur fatti, ma il cammino da fare è ancora lungo, lunghissimo, soprattutto se si pensa all’immensità del paese dal punto di vista geografico.

La polizia, impegnata ogni giorno in una lotta se possibile quasi di ‘liberazione nazionale’ dalla piaga della droga, fatica enormemente sotto questo punto di vista, e andrebbe inviata in punti strategici, caldi, in particolar modo le zone al confine con gli Stati Uniti, maggior consumatore mondiale di cocaina, metà finale di gran parte della droga.

Secondo Poiré infatti la metà degli omicidi avviene nelle regioni di Tamaulipas e di Chihuahua, al confine settentrionale del paese dove regnano i potenti del narco.

È lì che bisogna insistere, e il presidente Calderon ne è convinto, deciso a frenare il problema accordandosi con gli statunitensi per una giurisdizione congiunta della lunghissima frontiera i due stati.

Perché il problema centrale in Messico, paese che di droga a conti fatti ne assume muy poca, di fatto è proprio questo: essere terra di frontiera, più che altro terra di passaggio tra il Sud che la droga la produce e il Nord che la consuma. Una sorta di tramite. Che ‘lì nel mezzo’ come in un pezzo di Ligabue, sta cominciando a sentirsi scomodo.

Se così cominciassero a sentirsi tutti i messicani, se prendessero coscienza della tragica situazione in cui versano certe regioni del paese, sarebbe un enorme passo avanti nella lotta al crimine organizzato.

La consapevolezza da parte della società rispetto alla pessima ripercussione che questo conflitto interno sta provocando all’immagine della nazione dovrebbe essere (si spera) motivo di cambiamento, di riscatto, di rinascita.

Quando ogni messicano dirà “No, nel mio paese certe cose noi devono succedere” le cose cambieranno poiché, come disse il Mahatma Gandhi, padre dell’indipendenza indiana, il popolo è il motore di qualsiasi rivoluzione.

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